
Mangiare non è solo nutrirsi: è scegliere, è comunicare, è sentirsi parte. E se le parole non fossero sufficienti, allora entrano in scena i menù con simboli — un ponte visivo che restituisce voce a chi fatica ad esprimersi verbalmente.
L’idea è semplice e potente: trasformare le pietanze, le bevande e persino le richieste relative al pasto in immagini chiare, simboli essenziali, disegni intuitivi. In questo modo, chi ha difficoltà linguistiche — che siano bambini con disturbi del linguaggio, persone con disabilità comunicative o chi apprende una lingua nuova — può indicare, scegliere, ordinare in autonomia. Non serve spiegare: basta un gesto, un’icona.
In diversi contesti italiani, questa sperimentazione sta prendendo forma. Nelle scuole, ad esempio, il menù della mensa è stato tradotto in simboli proprio per dare pari opportunità agli alunni con bisogni comunicativi complessi — così possono anticipare i piatti del giorno, partecipare al momento del pasto con consapevolezza e non essere esclusi.
Nei bar di Bergamo, grazie all’iniziativa “Al bar scelgo io!”, le tovagliette-menù diventano strumenti inclusivi: offrono sia il menu illustrato sia espressioni utili come “mi piace”, “non mi piace”, “ancora”, “basta”, “aiutami”. Anche chi non sa leggere o non parla la lingua italiana può comunicare con sicurezza.
Nel territorio bergamasco, progetti simili sono replicati: l’uso dei simboli muove un gesto di accoglienza, facendo cadere barriere invisibili e restituendo autonomia alle persone. Questo tipo di menù non è un gadget, è un modo per riconoscere che il linguaggio non sempre è scritto o parlato — talvolta è un’immagine che illumina la scelta.
Per saperne di più leggi QUESTO ARTICOLO 👈
